CURIOSITÀ DI PAVIA E DINTORNI

ESCI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fabio Troncarelli

Il sepolcro di Boezio 1

A Gianni Cattagni, con affetto

 Secondo l'Anonimo Valesiano Boezio fu detenuto in una prigione presso il battistero di una cattedrale. Il filosofo si trovava “in agro calventiano” dove venne ucciso. Il testo recita: “ Tunc Albinus et Boetius ducti in custodiam ad baptisterium ecclesiae. Rex vero vocavit Eusebium, praefectum urbis, Ticinum (ma i codici hanno: Ticini) et inaudito Boethio protulit in eum sententiam. Quem mox in agro Calventiano, ubi in custodia habebatur, misit rex et fecit occidi. Qui accepta chorda in fronte diutissime tortus, ita ut oculi eius creparent, sic sub tormenta ad ultimum cum fuste occiditur 2.”

Il passo dell'Anonimo Valesiano presenta punti oscuri e sicuramente riassume in poche righe eventi che si sono snodati in un arco di tempo più lungo. Esaminiamo i problemi più controversi suscitati dal testo che abbiamo riportato:

- Boezio sarebbe rimasto un certo periodo in “custodia” ovvero “in carcere” presso un battistero di cui non ci viene detto il nome. L'edificio potrebbe essere annesso a una cattedrale, perché tale era l'uso: inoltre “ecclesia” senza specificazioni significa sovente “ cattedrale” nel Medioevo 3. Tuttavia tale uso non è uniforme ed è anche possibile che “ecclesia” significhi solamente “chiesa”. In ogni caso, il periodo di detenzione deve essere sufficientemente lungo per permettere al filosofo di scrivere o quanto meno di rielaborare la Consolatio.

- Passato un certo lasso di tempo, Teodorico, chiama il “praefectus urbis” Eusebio e promulga la sentenza definitiva nei confronti di Boezio. Non è chiaro se Teodorico risieda temporaneamente a Pavia (Ticino) 4 o se mandi a Pavia (Ticino) 5 il “praefectus Urbis” (Romae) Eusebio 6 o addirittura (ma è ipotesi più difficile) che Eusebio sia il comes dell'urbe di Ticino chiamato impropriamente prefetto 7.

- Subito dopo la condanna (“mox”), Boezio, viene messo a morte, in modo efferato cum fustis, ma questa notizia è in contrasto con quanto affermano le altre fonti che parlano di gladio. In ogni caso, lasciando da parte un simile problema e limitandoci solo alla localizzazione dell'evento, possiamo dire che l'Anonimo afferma che l'esecuzione è avvenuta “in agro calventiano” dove Boezio era tenuto prigioniero. E' tuttavia poco chiaro se questa prigione è la stessa menzionata due righe prima oppure, come pensano alcuni, un'altra 8.

Per quanto schematica e parzialmente confusa, questa ricostruzione dei fatti incentrata sulla città di Pavia ha una sua logica ed ha influenzato molti autori medievali, come ad esempio Ottone di Frisinga o Guglielmo di Conches. Com'è naturale essa è stata accettata dagli storici pavesi che hanno aggiunto nuovi argomenti a favore della testimonianza dell'Anonimo Valesiano, nonostante vi siano state nel corso del tempo non poche voci di dissenso e non poche proposte di località alternative (come per esempio Calvenzano presso Lodi, Calvenzano presso Caravaggio in provincia di Bergamo, Chiavenna o addirittura Ravenna).

Vi sono infatti tre ragioni concomitanti che non troviamo nelle altre ipotesi e rendono la proposta pavese più credibile:

1) La prigionia di Boezio a Pavia è confermata da una tradizione antica e costante, orale e scritta, riportata da un numero di testimoni superiore a quello delle altre. Tale tradizione data almeno all'XI secolo e identifica a partire dal XII secolo il luogo della detenzione in una delle due torri della Porta Palatii nelle mura antiche della città, distrutta nel 1584 9.

2) All'epoca di Boezio c'era a Pavia una cattedrale cattolica con il battistero, dove sorge l'attuale chiesa dei Santi Gervaso e Protasio, che tuttavia è distante dalla Torre della Porta Palatii.

3) A Pavia è attestata sin dal XII secolo l'esistenza di un “borgo calvenzano” o “contrada calvenzana”, poco meno di un chilometro a nord della torre di Porta Palatii 10 in rapporto al canale Calvenza, oggi Cravenza, a nord della città in prossimità dell'attuale Naviglio. Sebbene non sia documentata l'espressione “ager calventianus”, ma solo quelle di “borgo calvenzano” oppure “contrada calvenzana” e altre simili formule, alcuni studiosi hanno supposto che ques'area coincida con il luogo menzionato dall'Anonimo Valesiano

Tuttavia, al pari delle ricostruzioni meno attendibili, non mancano neppure in questa punti oscuri e contraddizioni, di cui sono consapevoli i suoi stessi sostenitori. E tali difficoltà risalgono, in ultima analisi, proprio alle incoerenze dell'Anonimo Valesiano.

La prima fondamentale difficoltà è quella di comprendere perché se la prigione è sempre la stessa l'Anonimo la chiami in due modi diversi a due righe di distanza, dicendo prima che Boezio è in custodia “ad baptisterium” e immediatamente dopo che è “in agro calventiano”. Una simile duplicazione del nome del carcere è poco comprensibile.

Il problema si complica ulteriormente se pretendiamo di dare fede all'antica localizzazione della prigione nella torre presso la Porta Palatii: in che modo questa torre può essere considerata la prigione boeziana “ad baptisterium” o “in agro calventiano”? Nei documenti medievali, sin dal X secolo, i luoghi nei pressi della Porta Palatii vengono chiamati, ovviamente, “prope Palatinam portam 11” e non certo “apud Baptisterium” o “apud burgum calventianum”?

La terza difficoltà è quella di spiegare come mai si parli di “ager” e non di “contrada” o “burgum”. Supporre come qualcuno ha fatto, che l'area suburbana appena fuori delle mura potesse essere chiamata ”ager” 12 è una forzatura del senso immediato della parola “ager”, che in molti casi simili (si pensi ad esempio al cosiddetto “agro pontino”) definisce per antonomasia un luogo in aperta campagna.

Gli studiosi devono escogitare la quadratura del circolo per far combaciare i diversi pezzi. Si tratta di autorevoli studiosi, ma nonostante ciò, alla fine essi restano invischiati da soli nella rete che hanno cercato di dipanare: chiamando fantasiosamente la prigione boeziana “battistero-campagna-torre” si finisce per sostenere che esistesse un' impossibile “torre del battistero” o un improbabile “battistero paleocristiano trasformato in torre in età gotica” e che tale costruzione fantastica, degna delle città invisibili di Calvino, “dominasse - come qualcuno ha detto - sull'agro calvenzano 13”, che si stendeva a perdita d'occhio, quasi che il punto di vista della sentinella che scruta l'orizzonte tra i merli sia lo stesso del prigioniero che fissa la parete e langue nei sotterranei. Senza contare, poi, che comunque la cattedrale di San Gervaso e Protasio, l'antico battistero, la scomparsa Porta Palatii e il presunto agro calvenzano sono distanti tra loro almeno a ottocento metri l'uno dall'altro e in nessuno caso possono coincidere fisicamente.

Per superare queste difficoltà diversi studiosi 14 hanno pensato che Boezio sia stato rinchiuso in due luoghi diversi: prima, insieme ad Albino “ad baptisterium” e in seguito da solo “in agro calventiano”. In numerose occasioni l'Anonimo riassume drasticamente testi più lunghi, che narrano fatti avvenuti in tempi e luoghi diversi: non è strano, dunque, che anche in quest'occasione possa aver condensato brutalmente la menzione di due luoghi distinti a distanza di due righe. Il lettore distratto può credere che la prigione sia sempre lo stesso posto 15.

In verità, come ha giustamente detto il Lanzani, che è convinto dell'unicità della prigione: “il problema attende ancora una soluzione 16 “. Da un lato, infatti, la celebre torre di Boezio non è compatibile con “l'agro calventiano”; d'altro lato il trasferimento da una prigione all'altra, per quanto plausibile, non è del tutto sicuro.

Il problema fondamentale è questo: dov'era l'agro calvenzano? Non ha senso identificarlo con il “burgus calventianus”adiacente alle mura di Pavia. La parola “burgus” o la parola “contrada” non possono coincidere con la parola “ager” in nessun modo.

 

In campania

La Vita Boethii premessa all'edizione cassiodoriana della Consolatio 17, frammentaria e in parte rimaneggiata, ma comunque strettamente legata a Cassiodoro, afferma, sibillina, che Boezio fu relegato in esilio a cinquecento miglia da Roma in “campania”. A prima vista si potrebbe scambiare questa parola per un equivalente di “ager” e pensare che nel testo ci sia solo un'eco dell'Anonimo Valesiano: ma le cose non stanno così, perché la “campanea” era uno spazio specifico intorno ad alcune città, il contado correlato all'agglomerato urbano distinto dallo spazio chiamato “suburbano” 18. Rivolgendo la nostra attenzione alla “campanea” pavese, situata ad nord-ovest della città in direzione dell'attuale Certosa di Pavia, scopriremo che a circa sette chilometri dalla città esisteva un luogo, oggi scomparso, che si chiamava Calvenza, nei pressi di Villalunga: del resto ancora oggi a un paio di chilometri da Villalunga esiste un fiumicello che si chiama Roggia Cravenza, come la Cravenza, già chiamata Calvenza, nei pressi del Naviglio cui abbiamo accennato. Il luogo non è molto lontano da Villareggio che dista a pochi chilometri.

Ciò che ci colpisce non è la frequenza con cui ritroviamo nell'onomastica pavese in punti cardinali diversi il ricordo della gens Calventia, quanto piuttosto il fatto che l'area chiamata anticamente Calvenza, appartenesse in gran parte ai monaci di San Pietro in Ciel d' Oro, che avevano diversi possedimenti in questa zona. E' infatti proprio nelle carte del XII secolo di questa fondazione che troviamo, tra 1153 e 1174 più volte citato il “locum qui dicitur in Calventia” sito “in campanea civitatis Papiae 19”.

Se fosse stato davvero questo il luogo dove Boezio era stato ucciso e dove il suo corpo era stato nascosto per ordine di Teodorico, non sarebbe strano che i monaci che possedevano quel territorio avessero potuto ritrovarne i resti e decidere di traslarli nella loro chiesa a Pavia. Di un simile evento non abbiamo notizie se non l'allusione misteriosa di Corrado di Hirsau († intorno al 1150) che nessuno ha notato fin'ora e che invece merita attenzione perché è la più antica che attesti la tumulazione di Boezio a Pavia. Secondo il dotto benedettino esisteva una “relatio” di testimoni veridici 20 che descriveva la sepoltura dei resti di Boezio a San Pietro in Ciel d'Oro presso la tomba di Sant'Agostino: verosimilmente era una testimonianza non lontana dall'epoca di Corrado, ben più affidabile agli occhi di questo erudito scrupoloso delle leggende miracolose di Boezio cefaloforo, diffuse nel Medioevo almeno quanto le leggende degli studiosi moderni che sostengono senza prove e nel silenzio assordante delle fonti che le ossa di Boezio siano state tumulate da Liutprando insieme a quelle di Agostino o addirittura dai Pavesi nel VI secolo, nella stessa San Pietro in Ciel d'Oro eretto sul luogo del martirio 21.

Torneremo in seguito sulla testimonianza di Corrado e sul suo significato: per ora, limitandoci a restare, per così dire, nel cammino tracciato, ci sembra legittimo formulare l'ipotesi che la prigione di Boezio fosse nell'area tra Villalunga e Villareggio, dove i monaci di San Pietro in Ciel d'Oro avevano tante terre.

Viene spontaneo, tuttavia, chiedersi se nella zona ci fosse qualche costruzione che avesse i requisiti per essere trasformata in una prigione?

 

In campania

Se ci indirizziamo verso ovest, a cinque chilometri da Villalunga incontriamo Villareggio, che potrebbe avere una connessione con Boezio. Secondo alcuni il nome della piccola frazione ricorda che si trattava di una villa ad esclusivo uso del re e tutti sono concordi nell'identificare questo re con Teodorico: del resto la presenza di ricchi esponenti dell'élite barbarica del tempo di Odoacre a Villareggio è assicurata dall'archeologia, dal momento che proprio a Villareggio sono stati rinvenuti gioielli di foggia barbarica e monete datate entro l'ultimo trentennio del V secolo, mentre nella vicina Torre del Mangano sono stati trovati monili dell'epoca di Teodorico.

Il nome “Villa regia” è quanto mai significativo: esso indica infatti una connessione con un “rex” che viene comunemente identificato con Teodorico, nell'ipotesi che in questo luogo sorgesse una villa usata per la caccia da Teodorico, simile a quella che si dice egli costruisse vicino Forlì, a Galeata 22. E' altrettanto possibile, com'era in uso tra i Goti, che nel luogo sorgesse una “villa” romana adibita a dimora dal Reiks, il capo militare e Rex di una delle tribù gote che obbedivano al re dei re Teodorico. Il sovrano amalo era chiamato infatti thiudans ed esercitava il suo potere su tutta la Gutthiuda, cioè sull'intera lega di tribù etniche sottoposte al dominio dei Goti. I re (rhiges, al singolare reiks) di queste tribù (kunja, al singolare kuni) prendevano parte alle deliberazioni e ai consigli di guerra del thiudans e risiedevano in "palazzi" (al singolare baurgs) costituiti il più delle volte da tenute romana di campagna cinte da muri o da palizzate. Al di sotto dei rhiges c'era la classe costituita dai "nobili" (al singolare frauja), i quali erano attorniati da un seguito di armati (andbahtos) e da un gruppo di servi

In ogni caso, qualunque sia il significato da attribuire all'espressione “villa regia” all'epoca teodoriciana, dobbiamo ricordare che a Villareggio, all'interno di uno degli edifici che costituivano la “Cascina” Marozzi di Villareggio, è stata ritrovata nel XIX secolo una lastra tombale marmorea di gran lusso, con un fregio ed un monogramma (foto 1), reimpiegata capovolta nel pavimento di una cucina delle case che sono all'interno del complesso denominato globalmente “Cascina” (verosimilmente la Canonica attaccata alla chiesa). E' plausibile che la lastra venga dalla zona in cui è stata scoperta. E' infatti molto difficile pensare che una pesante lastra di marmo lunga quasi un metro e ottanta sia stata trascinata da molto lontano, solo per utilizzarla come materiale di riporto. Portarla faticosamente per chilometri da Pavia 23 o da qualunque altro posto sarebbe stato dispendioso e perfino rischioso per la sua integrità. Ne valeva la pena, solo per farci la base di un pavimento e calpestarla senza che nessuno la potesse vedere? E' invece credibile che la lastra è stata trovata nelle vicinanze ed è stata usata senza troppo dispendio di energia per sistemare alla buona una cucina di campagna. Tale opinione è corroborata da una tenace memoria tramandata oralmente a Villareggio 24, secondo la quale la lastra era originariamente nella chiesa di san Giovanni Battista a Villareggio, che ha un battistero ottagonale di età romanica, ma forse più antico. Tale tradizione trova una conferma documentaria che la rende del tutto attendibile 25.

Gli studiosi hanno sostenuto che sulla lastra c'è scritto “B(ene) m(erenti) Senatori” e molti hanno pensato che essa sia la lastra tombale del fantomatico Senator, personaggio inafferrabile se non leggendario dell'epoca di Liutprando: tuttavia non è mancato chi ha pensato, coraggiosamente, che questo nome latino e questo sepolcro così lussuoso e inconsueto nell'area dell'antica Calvenza siano invece legati in qualche modo a Boezio 26. Non si tratta di un'ipotesi fantastica, anche se è in totale controtendenza rispetto a una solida tradizione di studi che assegna la lastra all'età longobarda e cerca di collegarla a Senator. Infatti, a prescindere dal riferimento a Boezio, la datazione all'epoca longobarda è incongrua e indifendibile perché in assoluto contrasto con lo stile grafico della lapide. Nessuna delle epigrafi longobarde raggiunge il livello della scrittura della lastra, neppure quelle più eleganti che celebrano personaggi di altissimo lignaggio. Come ha detto giustamente il Russo: “il carattere delle lettere e lo spartito compositivo si rifanno ...direttamente ad esempi paleocristiani 27”.

Con molta competenza, Michele Ansani ha proposto di leggere in altro modo il possibile riferimento alla leggenda di Senatore e di datare il frammento di tomba al VI secolo 28. La stessa datazione è stata proposta con altrettanta competenza da Saverio Lomartire, grazie a un'accurata analisi delle tecniche di incisione della lastra e alle sue caratterististiche stilistiche 29.

A nostro giudizio le proposte di Ansani e Lomartire sono valide e possono essere addirittura corroborate con nuovi argomenti.

 

Senator

Innanzi tutto si può osservare che la capitale usata nella lastra si rifà a modelli grafici del VI secolo, che riprendono con gusto antiquario formule più antiche. Un buon termine di confronto è costituito dalla capitale dell'Evangeliario Forogiuliese (foto 2 e foto 3), un prodotto ravennate del primo quarto del VI secolo (CLA, III, 285), da quella dell'Orosio laurenziano (Firenze, Bibl. Med. Laur. 65, 1) scritto a Ravenna verso la metà del VI secolo (CLA, 298) dalla capitale usata nel Bamberg Patr. 67, scritto nel VI secolo nel Castrum Lucullanum presso Napoli (CLA, VIII, 1031). A questo tipo di scrittura possiamo accostare le lettere incise sulla lastra, riunite in un monogramma che ha una forma complessiva inequivocabilmente tardoantica.

Anche il motivo ornamentale del fregio laterale, è estremamente simile a quello che ricorre in un foglio di un manoscritto del VI secolo, assegnato da Nordenfalk e da noi stessi a Vivarium 30 (foto 4).

In secondo luogo la lettura del monogramma inciso nella lapide, interpretato come “Senatori” o “Senatoris”, va messa in discussione e va sostituita con una nuova lettura, che conferma in modo decisivo l'ipotesi di datazione della lapide. Tale lettura è stata infatti condizionata dal pregiudizio che la lastra tombale fosse quella del già ricordato Senatore e di conseguenza che dovesse esserci scritto il suo nome, costi quel che costi. Si ritiene che lo scioglimento del monogramma sia stato fatto da Adriano Peroni nel 1974, che chiese conferma della sua interpretazione ad Augusto Campana 31, ma le cose non stanno così. In realtà al momento stesso della scoperta fortunosa nel 1884, Camillo Brambilla, consultato dal proprietario della cascina, fu convinto di aver trovato un frammento della tomba del fondatore del monastero pavese di Santa Maria del Senatore. Rievocando la vicenda egli scrisse: “Volgendo e rivolgendo...nella quiete dello studio le lettere componenti il monogramma, le potei credere risolte con buon fondamento nella parola SENATORIS e quindi fermarmi nel pensiero che questo nostro marmo per avventura già coprisse il sepolcro del distinto personaggio nominato Senatore, che nell'anno 714...istituiva il monastero che poi s'intitolò dal suo nome ed il cui corpo secondo uno scrittore pavese giaceva appunto in Monastero Senatoris 32”. L'entusiasmo per la presunta scoperta fu tale che contagiò anche altri come Michele Caffi, che giunse a scrivere su Arte e storia che la lastra della tomba di Senatore proveniva proprio dal monastero pavese e che “sembra fosse il sigillo sepolcrale del vescovo [sic!] Senatore 33”, costringendo il Brambilla a scrivere una lettera di rettifica alla rivista narrando le circostanze della scoperta. Tale precisazione rimase comunque lettera morta e per decenni gli studiosi continuarono a sostenere che la lastra, nel frattempo trasferita ai Musei Civici di Pavia, era stata trovata nel monastero pavese e che era con ogni verisimiglianza una parte della tomba di Senatore. Fu solo nel 1987 che Donata Vicini citò la lettera di Brambilla in una nota ad un suo contributo alla Storia di Pavia 34, sfatando finalmente una leggenda che era durata anche troppo. Tuttavia, ciò non comportò una messa in discussione della lettura del monogramma, escogitata nella concitazione della scoperta. Solo recentemente Ansani ha fatto un passo avanti, osservando che il monogramma della lastra è stato imitato nel XII secolo nella cartula di donazione di Senatore, un falso nel falso, dal momento che il documento non è che una contraffazione medievale, di cui Ansani ha mostrato le incongruenze. Ma questa piccola ma significativa scoperta si presta a interpretazioni contrastanti. La presenza del monogramma nel falso sigillo di un documento attribuito al fantomatico Senatore potrebbe far credere che anche i falsari medievali condividessero la lettura del Brambilla e che quindi essa sia giusta. Ma le cose potrebbero essere anche andate all'inverso poiché i falsari moltiplicano sempre gli sforzi per farci credere che il falso sia vero. L'autore del falso ha probabilmente copiato il monogramma perché lo ha ritenuto il più adatto per dare una patina d'antico al suo documento, riprendendolo da un sepolcro che la tradizione diceva di essere di ...un senatore, il senatore per eccellenza, Severino Boezio, che in molte fonti antiche, come il Liber Pontificalis è chiamato “Senator” e non “ex-consul”. Non a caso accanto all'imitazione del monogramma di Villareggio, nello stesso documento troviamo anche un falso monogramma di Liutprando che sembra vero e che serve solo a gettare fumo negli occhi di chi legge: il falso deve “sembrare” vero e per questo viene guarnito di elementi che sembrano autentici (come i monogrammi) perché imitano in modo più o meno fantasioso quelli antichi.

 

Magis intellegi quam legi

La lettura dei monogrammi antichi e tardoantichi è sempre molto difficile e complessa e non si avvantaggia né della concitazione, né dell'inesperienza, né delle idee precostituite 35.

Prima di tentare di decifrare un monogramma antico e tardoantico bisogna capire in che modo è stato costruito e identificare con certezza le sue lettere-base, che devono essere ben visibili. Quasi sempre tali lettere non ci danno il nome intero ma solo una parte di esso: tuttavia questo compendio è essenziale per procedere oltre nella decifrazione del nome e dunque noi dobbiamo ricostruirlo prima di ogni altra cosa. Si crede, a torto, che il monogramma sia una sorta di simbolo magico, misterioso, destinato a impressionare più che a comunicare. Anche se possiamo trovare a volte e in determinati ambienti un simile gusto per l'enigma, non va dimenticato che allo stesso tempo esso era pur sempre uno strumento di comunicazione: certo, si trattava di una comunicazione non usuale, ma si trattava pur sempre di comunicazione, cioè di un messaggio che bisognava decodificare correttamente, conoscendo le sue regole, esattamente come faremmo se avessimo davanti una comunicazione in “codice morse”.

La prima cosa da notare è che il monogramma nasce dallo stesso principio da cui sono nate le abbreviazioni. La sua etimologia indica che si tratta di “una sola lettera” al posto di una parola più lunga, compendiata con lo stesso metodo che si usa in una sigla : il metodo dell'acronimo diffuso in tutto il mondo e in tutte le civiltà, dai tempi più remoti,. I primi monogrammi che troviamo nelle monete greche del IV-III secolo a. C. sono una lettera che rappresenta l'iniziale della città che ha coniato la moneta. Applicando il metodo dell'acronimo e rielaborandolo, si è giunti nell'ambito della scrittura greca e latina all'abbreviazione per troncamento, che parte da un principio affine a quello dell'acronimo che consiste nell'eliminare la parte finale di una parola e lasciare solo la parte iniziale. In seguito, nella scrittura latina fu applicato un metodo alternativo al troncamento, che consiste nella condensazione delle parole, eliminandone alcune lettere, la cosiddetta abbreviazione per contrazione. Ambedue questi metodi combinati insieme furono estesi al monogramma, che si aprì alla possibilità di trasformarsi da monogramma in plurigramma, fermo restando che nella maggior parte dei casi chi lo scriveva si comportava come quando scriveva un'abbreviazione, tracciando, dunque, solo un certo numero di parole, in forma tronca o in forma contratta.

Se ciò è vero, come dimostra una pluralità di esempi, è essenziale nel caso del monogramma antico, come nel caso delle abbreviazioni, identificare le lettere fondamentali della parola abbreviata, per poi ricostruirla interamente. indovinando, per così dire, le lettere che mancano. Nei monogrammi meno complicati l'identificazione delle lettere fondamentali è non solo relativamente semplice, ma addirittura agevolata da parte di chi scrive. Come ha scritto a riguardo Pasquale Testini, commentando i monogrammi così frequenti nell'epigrafia paleocristiana: “una composizione semplice e perciò facilmente intellegibile, colloca le lettere attorno o dentro ad una o due lettere fondamentali, in modo da offrire al lettore la chiave dell'interpretazione 36”. Quest'osservazione, ispirata da de Rossi, fornisce la chiave per comprendere ciò che avviene in casi più complessi: chi scrive monogrammi più difficili, incardina la sua costruzione intorno ad alcune “lettere fondamentali”, a partire dalle quali sarà possibile ricostruire le lettere mancanti, esattamente allo stesso modo con cui egli costruirebbe un'abbreviazione.

Se ciò è vero, allora dobbiamo presupporre due momenti diversi nella percezione del monogramma antico: il primo consiste nella percezione analitica delle lettere fondamentali, ben riconoscibili isolandone i singoli tratti e ricostruendone il tratteggio complessivo; il secondo consiste nella deduzione delle lettere mancanti a partire da quelle fondamentali, con un esercizio di immaginazione simile a quello che ci vuole per comprendere un'abbreviazione, ma basato su un principio visivo e non sul principio linguistico. Questo procedimento – per dirla sempre col Testini – si realizza “sfruttando le aste verticali e orizzontali, in modo che una sola lettera si può leggere in vari modi e ripetutamente 37”. Ma ciò può avvenire solo dopo aver individuato le lettere fondamentali. E' importante tenere presente che le due fasi devono rigorosamente essere distinte e successive: di solito, traditi dall'ansia di voler capire, si tende affannosamente a voler ricavare subito tutte le lettere necessarie per ricostruire la parola intera; ma così facendo si può cadere vittime di veri e propri abbagli. Solo se si sono identificate con chiarezza le lettere fondamentali si può procedere oltre: altrimenti è facile fare decodifiche aberranti a partire da ciò che sembra di vedere.

Si tratta di un problema di antica data, se è vero che già Simmaco (Ep. II, 12) osservava a proposito del suo anello: “Magis intelligi quam legi promptum est 38”. Tuttavia, anche se il problema è sempre esistito, esso è stato sempre risolto allo stesso modo di come è stato risolto quello delle abbreviazioni difficili, posto che il simbolo misterioso doveva assolutamente essere letto (legi) e non solo compreso intuitivamente, ma non analiticamente (intelligi): prima si distinguono attentamente le lettere fondamentali, poi si può procedere a rielaborale e manipolarle otticamente, per “estrarre” dai loro tratti quelle che mancano.

 

Magis legi quam intellegi

Le conseguenze di questo principio sono molto semplici: bisogna staccare le lettere fondamentali l'una dall'altra senza confonderle e senza far giocare immediatamente il principio dell'effetto ottico che “fa sembrare” una lettera uguale ad un'altra; alla fine di quest'operazione tutti i tratti che si vedono devono appartenere solo a una lettera e non ad un'altra e nel conto finale devono essere compresi tutti i tratti che costituiscono tutte le lettere, nessuno escluso.

E' essenziale, dunque, per ricostruire il monogramma antico seguire le regole empiriche con cui è stato costruito e andare alla ricerca delle lettere-base che ne formano l'ossatura: tali lettere-base vanno isolate e distinte: qualunque altro caso di fusione di lettere più complesso non è in genere accettato nelle lettere-base.

Solo in un momento successivo si può procedere a un'operazione diversa: e cioè si possono manipolare otticamente le lettere-base e si possono “estrarre” dalle lettere-base le altre lettere che mancano per completare il nome, disarticolando i tratti delle lettere-base e ricomponendoli in altro modo. Ma ciò non sarebbe possibile se non esistessero lettera-base da cui partire.

Stabilito questo si può provare a interpretare correttamente il messaggio contenuto in questo genere speciale di testi, consapevoli che ci si troverà di fronte a casi spesso difficili. In alcuni casi siamo ovviamente facilitati dalla compresenza di elementi accessori, scritti per esteso accanto al nome cifrato, come la data o la carica occupata dal personaggio ricordato; ma se trovassimo un enigmatico monogramma, privo di ogni altra indicazione, il punto di partenza dovrebbe essere sempre e solo l'identificazione certa delle lettere-base e la loro combinazione secondo una logica che deve essere chiara e comprensibile. Una tale operazione non fa che ripercorrere le modalità di composizione del monogramma da parte di chi lo ha scritto, dal momento che il testo è fatto per essere capito e non per far impazzire chi lo legge.  

 

Il monogramma della lastra di Villareggio

 

Nel monogramma della lastra di Villareggio ritroviamo questo genere di struttura compositiva: in esso ci sono alcune lettere-base da cui possiamo ricavare le altre.

Proviamo allora ad identificare le lettere-base. C'è una “S” in nesso con una “R”. C'è una piccola “V” inserita sotto la “R” e questo fa credere a chi legge di avere davanti una “A”, che invece è solo frutto di illusione ottica. Poi c'è una “E” che sembra un nesso “ET”, ma che può anche essere una “E” che incorpora una “I” orizzontale; da ultimo c'è una piccola “o” romboidale che sormonta la “E”.

Soffermiamoci un momento su queste lettere-base per essere sicuri della loro identificazione: il nesso “SR” non è strano e si ritrova in altri monogrammi del VI secolo, come ad esempio quello che c'è nel dittico di Oreste, console nel 530 d. C., conservato nel Victoria and Albert Museum di Londra 39.

Quanto alla piccola “o” romboidale non suscita difficoltà e ricorre spesso nei dittici tardoantichi, come ad esempio quello di Giustiniano del 526 d. C., conservato nel Museo Trivulziano di Milano 40.

La “E” è tracciata ambiguamente in modo da somigliare al nesso semplice “ET”, prolungando il tratto superiore della “E” (foto 2). In realtà alla “E” è stato aggiunta una piccola “I” orizzontale simile ad altri esempi coevi di “I” maiuscola (foto 3), in una posizione che ritroviamo in altri monogrammi antichi, come ad esempio quelli di Anastasio, di Marciano e del re Teodorico (foto 6) .

Se dunque il tratto orizzontale del presunto nesso “ ET” non è costruito con una decorazione simmetrica, allora esso va interpretato come un tratto costituito da due elementi distinti e la presenza di due diversi elementi decorativi ai due estremi sottolinea proprio questo. Il tratto è dunque costituito da una “I” disposta orizzontalmente, che interseca il tratto orizzontale superiore di una “E”.

L'unica lettera che potrebbe costituire un problema è quella che noi decodifichiamo come “V” e altri invece hanno inteso come “A”.

La prima osservazione da fare è che un'analisi paleografica del tratteggio delle lettere esclude che si tratti di una “A”. Se osserviamo bene le lettere ci accorgeremo infatti che la “R”, pur presentando l'occhiello inferiore aperto in una forma corsiveggiante che ricorre spesso nei codici in onciale del VI secolo, è chiaramente delineata con tutti i tratti riconoscibili ed allo stesso modo lo è la “V” che è simile a forme coi tratti allungati in onciale o capitale del VI secolo (foto 3). Mentre invece la presunta “A” si presenta aperta in alto con i tratti disarticolati, in una forma che non si trova mai negli esempi in capitale o nella maiuscola ispirata alla capitale, usata in certi codici in onciale tardoantichi (si vedano gli esempi alla foto 5): ed anzi la cuspide terminale della “A” viene spesso allungata o deformata, arricchendola di motivi decorativi floreali o a forma di spirale, cosa che non sarebbe possibile se i tratti della cuspide fossero disarticolati tra loro. Non a caso ciò è stato eliminato nell'imitazione del monogramma fatta alla fine del XII secolo nella cartula donationis di Senator, a cui abbiamo accennato (che è comunque degli inizi del XII secolo): infatti, poiché questo monogramma artefatto doveva essere letto sicuramente come “Senator” si è pensato bene di modificare la presunta “A” del modello originale, accostando i tratti verticali in modo da formare la cuspide che deve esserci nella “A” capitale. In questo modo si è deliberatamente annullata l'illusione ottica del modello originario rendendo la finta “A” una vera e propria “A” (foto 9). Ciò conferma chiaramente ciò che avevamo già notato: nel monogramma originale solo un'illusione ottica ci fa credere che dentro la “R” sia racchiusa una “A”.

La seconda osservazione da fare è che lo stesso tipo di illusione ottica si trova in altri monogrammi tardoantichi in cui è impossibile che ci sia una “A”: di conseguenza anche in questo caso la soluzione più semplice, la più “economica” consiste nel supporre che ci siano una “R” e una “V” come in tanti altri casi simili. La nostra interpretazione della lettera “V” sotto la “R” è infatti confermata dal fatto che in monogrammi tardoantichi analoghi al nostro troviamo finte “A” in una posizione del tutto affine alla nostra, sottoscritte a una “R” o ad altre lettere. E queste finte “A” non possono esserci perché non ci sono nel nome del personaggio indicato dal monogramma: esse sono dunque solo frutto di un'illusione ottica e se ci ostiniamo a leggerle commettiamo un errore evidente.

Consideriamo uno dei monogrammi usati da Ricimer, (457-472 d. C.) generale sotto Libio Severo (461-465 d. C.), nel quale compare una riga orizzontale sotto la “R” che farebbe pensare all'esistenza di una “A”, esattamente come nella lastra di Villareggio 41: ma tale “A” non c'è nel nome di Ricimer ed il piccolo tratto che somiglia al tratto orizzontale della “A” è invece una piccola “I”, che è nella stessa posizione della piccola “V” sotto la “R” nella lastra di Villareggio (foto 8).

Un caso simile a questo, nel quale pare di scorgere una “A” sotto la “R” è costituito dal già menzionato monogramma di Oreste, console nel 530 d. C. : in esso ricorre lo stesso nesso “SR” che c'è nella lastra trovata vicino a Pavia e sotto la “RE” vediamo una “A” dove non c'è e non può esserci perché la “A” non fa parte del nome Oreste. In realtà nella “R” c'è una “E” in nesso: la “A” è solo frutto di un illusione ottica, simile a quella del nostro monogramma (foto 8) .

Allo stesso modo, nel monogramma “Neon episcopus” 42, un ecclesiastico ben noto grazie ad Agnello Ravennate, il lettore inesperto potrebbe intravedere una “A”, che non c'è nel nome di questo personaggio e che è solo frutto dell'equivoco incontro tra l'occhiello della “P” e della “N” , unite da un nesso semplice.

Un'altra testimonianza in cui si direbbe di vedere una “A” sotto la “R” è nel monogramma di Rufina delle catacombe di Domitilla 43: eppure basta un po' d'attenzione per accorgersi che la “R” è unita a una “U” e ad una “F” per formare un'abbreviazione “RUF” = “RUFI(NA).

Se questo è vero sarà da chiedersi se anche altri casi nei quali sarebbe teoricamente possibile trovare una “A”, perché essa è contenuta nel nome compendiato, non ci sia piuttosto un'altra lettera: un'interpretazione che viene avvalorata dal confronto con altri monogrammi per lo stesso nome o anche con abbreviazioni possibili dello stesso nome in ambito manoscritto del nome.

Consideriamo ad esempio il caso, estremamente frequente, di monete del VI secolo col monogramma “Ravenna”, scritto i in modo che sembra di vedere un ambigramma “RA” uguale a quello del monogramma di Villareggio. Sappiamo da altre monete tarodantiche, con un monogramma diverso, che le lettere base di “Ravenna” non sono “R+A” ma R+ V” 44: di conseguenza è logico pensare che anche nel primo caso ci siano una “R” ed una piccola “V” sotto la “R”.

Lo stesso vale per una moneta di Odoacre, in cui compare come nel nostro caso una “R” che include un'apparente “A” 45: in realtà se ci fosse tale tale apparente “A” l'abbreviazione “ODARS” sarebbe molto ambigua e potrebbe dare risultati contrastanti come “Odocarus” o “Odaricus”: mentre invece la presenza di una “V” permette di ottenere un compendio meno dubbio “ODVRS”, che si scioglie agevolmente in “OD(O)V(OCA)R(U)S” (foto 8)

Se tutto questo è vero, non possiamo accettare la apparente “A” del monogramma di Villareggio: essa è frutto di un effetto ottico e non è una lettera-base, così come non lo erano le altre presunte e inesistenti “A” negli altri monogrammi tardoantichi che abbiamo esaminato. Essa è invece una piccola “V” disposta con malizia all'interno della forbice costituita dai tratti discendenti della “R”. Dunque, le lettere-base del nostro monogramma sono: “S+E+v+R+I+o”, un'abbreviazione che si ricompone in modo del tutto legittimo, inserendo nelle lettere-base due lettere mancanti come la “I” e come la “N”, in “S+E+v+(E)+R+I+(N)+o” (foto 7).

A nostro giudizio, dunque, il monogramma non va letto come “Senatori” ma piuttosto come “Severino”: il nome di Severino Boezio.

 

Miraculose tumulatus

Quando fu riscoperta la tomba di Boezio? Tutto lascia credere che il ritrovamento sia avvenuto nel primo trentennio del XII secolo, gli anni che precedono la composizione del Dialogus di Corrado di Hirsau che per primo ricorda l'evento.

Prima di lui, infatti, vi è il silenzio totale delle fonti, fenomeno più volte sottolineato dagli studiosi che tuttavia non ne hanno tratto le dovute conclusioni. A conferma di ciò sta un piccolo, ma significativo indizio. In un codice della prima metà dell'XI secolo, il Sankt Gallen 830, compare a p. 488 una glossa in margine a un poemetto di Ekkehard IV di San Gallo (morto non lontano dalla metà dell' XI secolo) che definisce per primo “santo” Boezio: in essa si afferma, in contrasto col poemetto, che secondo gli abitanti di Pavia il filosofo morì in cella di malattia, una tradizione ripresa in seguito anche da altri 46, che forse è nata dalla confusione tra la morte di due vittime di Teodorico, Boezio e papa Giovanni I, che effettivamente morì di stenti in prigione.

E' evidente che esisteva un dibattito intorno a Boezio che comportava domande sulla biografia del filosofo, e, indirettamente sulla santità dell'autore: per risolvere tali problemi si consultavano memorie oggi perdute dei “papienses” e si discuteva su quale di queste testimonianze fosse veridica. Altrettanto evidente è che i “papienses” nell'XI secolo non sapevano nulla di preciso, il che non meraviglia dal momento che come vedremo nelle pagine successive il corpo di Boezio era stato occultato su ordine di Teodorico e vi era stata una sistematica damnatio memoriae nei confronti del filosofo, che aveva cancellato le tracce materiali della sua esistenza. Non è strano che una simile vicenda abbia avuto precisi riflessi nel medioevo: se escludiamo la testimonianza dell'Anonimo Valesiano, che rimase confinata in due soli manoscritti, non abbiamo difficoltà ad osservare che i commentatori boeziani tra IX e XII secolo fanno molta confusione sulla prigionia e sulla fine del filosofo 47 e non esitano a collocare la prigione a Ravenna 48 o l'esecuzione, “amicis circumstantibus”, a Roma, confondendo Boezio con un suo antenato 49.

Leggende come quella riportata nel codice di San Gallo mostrano che l'oscurità che avvolgeva la morte dell'Ultimo dei Romani non era stata ancora dissipata all'epoca di Ekkehard. Ma se questo è vero, non si può allora trascurare la novità rappresentata dalla dichiarazione di Corrado, che modifica in modo sostanziale una tradizione fino a quel momento incerta, parlando di una tumulazione accanto ad Agostino che ha un grande valore simbolico: non a caso, per sottolineare l'importanza e l'attendibilità di ciò che sta dicendo, Corrado fa riferimento a un testo perduto, la “relatio veridicorum”, che era a sua volta una novità e che doveva risalire a quegli anni poiché fino a quel momento nessuno ne aveva mai parlato. Il termine stesso di “relatio veridicorum” è significativo: con quest'espressione si intendeva in genere un documento stilato davanti a un notaio o ad un'autorità che ha una qualche forma di publica fides, nel quale erano raccolte le esplicite testimonianze di individui interpellati a proposito di un evento straordinario, come per esempio un miracolo 50.

Simili testi erano preparati con cura per scopi ben precisi, come per esempio per avviare un processo di canonizzazione: proprio per questo dovevano essere redatti con scrupolo, perché altrimenti potevano – come è avvenuto spesso – essere contestati con puntiglio, parola per parola. Stando così le cose, è evidente che l'accenno di Corrado a una “relatio” ha un suo peso: il monaco tedesco non si limita a ricordare che vi è stata una tumulazione ufficiale di Boezio accanto alle spoglie di Agostino, ma sottolinea che essa è stata accompagnata da un documento ufficiale sottoscritto da testimoni, che racconta come sono andati i fatti. L'esigenza di evidenziare quest'avvenimento e il documento che lo attesta nasce evidentemente dalla consapevolezza che è accaduto qualcosa di inconsueto che merita di essere memorizzato: e un simile evento doveva essere avvenuto da poco e con una certa pompa per meritare di essere segnalato. Ne abbiamo riprova attraverso una testimonianza esplicita, quasi contemporanea a Corrado: una Vita Boethii che circola già verso la metà del XII secolo 51. Il testo riprende scrupolosamente gran parte di una breve prefazione a Boezio elaborata probabilmente a San Gallo nel IX secolo 52 ,diffusa solo in ambito elvetico ed austriaco, ma aggiunge un sintomatico paragrafo finale, affermando, in piena sintonia con Corrado, che Boezio è stato “honorifice tumulatus” nella cripta di San Pietro in Ciel d'Oro 53.

L'aggiunta è quanto mai indicativa: seguendo l'esempio di Corrado, che scrive nella vicina Germania meridionale, l'anonimo revisore della Vita sangallese, verosimilmente svizzero o austriaco, sente l'esigenza di “aggiornare” un testo di età carolingia, utilizzato anche da Notker (+ 1022), solo per inserire la menzione della sepoltura di Boezio a Pavia. Doveva essere la novità del momento, frutto di un ritrovamento inaspettato, fenomeno questo cui allude un'altra Vita Boethii in un codice ambrosiano del XIV secolo (Ambr. H 170 inf., c. 38r 54), che afferma chiaramente che Boezio è stato sepolto a Pavia per effetto di un miracolo (“miraculose tumulatus est”). Tale miracolo non può essere quello ricordato nella leggenda di Boezio cefaloforo, ricordata da Opicino de' Canistris, poiché questa leggenda implica che Boezio sia stato seppellito a San Pietro in ciel d'Oro subito dopo l'esecuzione, mentre la Vita ambrosiana lega direttamente 55 la tumulazione di Boezio a quella di Agostino specificando con puntiglio, come già Corrado, che il filosofo romano è stato sepolto proprio nella chiesa di Sant'Agostino, il cui corpo giunse, com'è noto, a Pavia solo all'epoca di Liutprando.

A scanso di equivoci vorrei specificare che ovviamente, anche Opicino ricorda che a San Pietro in Ciel d'Oro c'è il corpo di Agostino, insieme a quello di altri illustri martiri e di Liutprando, dal momento che descrive la chiesa pavese ed elenca tutto quello che contiene: tuttavia la sua descrizione non implica che ci sia uno stretto rapporto tra Boezio ed Agostino, come del resto tra Boezio, Liutprando o gli altri martiri sepolti nella chiesa. Il testo recita infatti: ” Ecclesia S. Petri in Coelo Auro, quam amplificavit Liutprandus rex Langobardorum atque dotavit. In qua iacet corpus Beati Augustini, episcopi Hipponensis, doctoris eximii, qui multa ibi virtutes ostendit; et corpora BB. MM. Luxorii , Ciselii, Camerini, Robustiani et Marii, nec non Beati Apiani episcopi, et confessoris, quae omnia translata sunt de Sardinia illuc cum corpore Beati Augustini per dictum regem. Item corpus Severini Philosophi viri Dei qui in praefata urbe exul a Roma librum de Philosophica Consolatione composuit...De quo fertur quo decollatus, a loco decollationis usque ad praefatam ecclesiam caput suum inter ulneras portavit...Cuius regis [Liutprando] illic etiam corpus quiescit, translatum de ecclesia Sancti Adriani per abbatem Olricum”.56”. Come si vede si tratta di un elenco che accumula nomi diversi senza attribuire loro un significato particolare, a parte il compiacimento campanilistico per la compresenza di tante insigni spoglie in una celebre chiesa pavese.

Corrado invece mette in evidenza in modo palese il fatto che Boezio è sepolto proprio dove è sepolto Agostino e sottolinea che il filosofo ha preso Agostino come modello spirituale (“quem imitatus libellum De sancta Trinitate composuit”). Analogamente la Vita ambrosiana è inserita all'interno di una biografia elogiativa di Agostino e Prospero in modo tale che il suo epilogo, l'affermazione che Boezio è stato tumulato nella chiesa di Sant'Agostino, risulta essere la logica conclusione di un itinerario umano e religioso all'ombra di tali esempi spirituali.

Riassumendo, le testimonianze che abbiamo raccolto sembrano indicare che la traslazione dei resti di Boezio a San Pietro in Ciel d'Oro è avvenuta poco prima della composizione del Dialogus di Corrado che viene datato tra 1125 e 1150 57: un periodo particolare per i monaci di San Pietro in Ciel d'Oro, tesi ad affermare la loro autonomia a qualunque costo, come è stato brillantemente mostrato da Ansani 58. In questo momento storico teso, appassionato, fazioso e a volte aspro, il ritrovamento “miraculose” del corpo di Boezio e la sua tumulazione “honorifice” può aver costituito un prezioso ausilio alla lotta per l'indipendenza dei monaci pavesi, dando prestigio e dignità alla Chiesa di San Pietro in Ciel d'Oro . L'eco dell'episodio giunse presto a Corrado che non fece mancare il suo sostegno ai monaci di Pavia: non poteva essere altrimenti, poiché esistevano stretti rapporti tra San Pietro in Ciel d'Oro e Cluny e all'epoca di Corrado l'abbazia di Hirsau, aveva aderito con vigore alla riforma cluniacense 59.

 

Damnatio memoriae

Facciamo un passo indietro e torniamo all'epoca di Boezio. Non è strano che la sua tomba sia stata ignorata per così tanto tempo. Sappiamo che Teodorico orchestrò una campagna di damnatio memoriae nei confronti della sua vittima, giungendo al punto di far nascondere il suo corpo insieme a quello di Simmaco. E tuttavia, come abbiamo mostrato altrove 60, i familiari di Boezio e in particolare la moglie Rusticiana ebbero il coraggio di ricordare semiclandestinamente il suo nome, facendo circolare un dittico nel quale si celebrava l'uomo ingiustamente ucciso: un dittico in cui si legge ancora la dedica, affannosamente, ma imperfettamente cancellata, al “B(ene) m(erenti) marito...Severino” e in cui si allude alla sua difesa del Senato 61. Per questo, anche sulla sua tomba, allestita probabilmente in gran fretta e in gran segreto (ma col lusso degno della casata di Simmaco che ancora disponeva di beni per sua figlia nonostante il sequestro degli averi degli Anici) fu naturale scrivere “Bene merenti Severino”, per ricordare almeno la “buona memoria” di un eroe condannato ingiustamente alla damnatio memoriae, magari approfittando dell'aiuto di qualcuno che a Pavia era ancora fedele alla “buona memoria” del vescovo Ennodio, parente di Boezio 62.

La lastra di Villareggio è stata paragonata ad un dittico 63. E ben a ragione. Non solo perché esteticamente la sua forma ricorda irresistibilmente gli avori funebri, ma perché, come abbiamo visto, essa esprime nella sua aulica semplicità ciò che a sua volta esprimeva il vero e proprio dittico preparato dalla famiglia di Boezio: l'esigenza di una commemorazione commossa, anche se per forza di cose sobria. Di più non fu possibile fare. Ed anche in seguito, quando Amalasunta restituì i beni sequestrati ai parenti del filosofo, riabilitando implicitamente la sua memoria, non fu possibile traslare con la pompa adeguata il corpo sepolto nella campanea pavese. Sappiamo, attraverso le Variae che alcuni dei principali responsabili della condanna di Boezio, come Cipriano ed Opilione, fecero addirittura carriera all'epoca di Amalasunta, che pure, restituendo i beni agli Anici, mostrava dissenso nei confronti della condanna. In realtà il partito di coloro che volevano lo scontro con i Latini ostacolò non poco la politica equilibrata di Amalasunta ed alla fine riuscì ad eliminarla fisicamente, precipitando l'Italia nella catastrofe della guerra gotica. In questa situazione evidentemente non fu possibile ottenere una trionfale riabilitazione pubblica della memoria boeziana: non a caso, come abbiamo fatto notare altrove 64, perfino nelle espressioni di maggior plauso rivolte alla famiglia Anicia si cela una punta di minaccioso ammonimento a non seguire le orme di Boezio. In queste condizioni, preclusa la possibilità di un trionfo nella realtà concreta, non restava ai parenti di Boezio che la via del trionfo nell'immaginario. Non è un caso se durante l'assedio di Roma da parte di Totila nel 546 circolò voce che Rusticiana avesse fatto abbattere tutte le statue di Teodorico nella città: vera o falsa che fosse la diceria, certamente nella coscienza di tutti la vedova di Boezio era considerata la potenziale artefice di ogni campagna di riabilitazione del marito e di condanna di chi lo aveva condannato. L'idea non era infondata visto che la donna aveva già intrepidamente provveduto a diffondere dittici con l'effige del marito morto e probabilmente a farne tumulare segretamente i resti in una forma dignitosa.

 

Sapienti corona

Le palmette stilizzate cui abbiamo accennato non sono solo ornamentali: poste su un sepolcro hanno un significato chiaro e inequivocabile. Un'allusione al martirio. E' noto infatti che la palma nelle epigrafi, nei sepolcri e nei mosaici paleocristiani e tardoantichi ha un preciso significato simbolico ed indica “ a partire dal IV secolo... la vittoria dei martiri su chi li ha torturati 65”.

A questo genere di “vittoria” Boezio fa allusione nella Consolatio, in un passo che ha fatto discutere gli studiosi, divisi tra coloro che ci sentono una sfumatura cristiana e coloro che la negano. Comunque stiano le cose, è un fatto che il filosofo allude alla corona che si ottiene nell'agone contro il vizio e in particolare proprio contro i tiranni, che sono rappresentati nel carme che precede immediatamente il passo di cui parliamo: essi sono infatti evocati con esecrazione nel canto 2 del quarto libro e subito dopo la fine del canto, all'inizio della prosa successiva, Boezio afferma e pour cause: “Rerum etenim quae geruntur illud propter quod unaquaeque res geritur eiusdem rei praemium esse non iniuria uideri potest, uti currendi in stadio propter quam curritur iacet praemium corona.” La corona che egli ottiene è senza dubbio la “sapienti corona 66” di cui parla anche l'Ecclesiaste, come ha sottolineato la Shanzer 67; ma non è escludibile, in un complesso gioco intertestuale di cui Boezio dà prova in diverse occasioni combinando insieme fonti diverse, che parlando dell'arte del “currendi in stadio”da parte del saggio per ottenere un premio che nessuno potrà mai strappargli egli tenga presente anche San Paolo che parla di coloro “qui in stadio currunt 68” per un premio, che è incorruttibile.

Ad ogni modo, qualunque cosa pensasse Boezio, resta il fatto che chi provvide al suo sepolcro decise di far incidere sulla sua tomba la palma della vittoria tipica del martire. Non un santo, ma un “testimone” della vita eterna. E' questo prima volta che Boezio è stato assimilato ad un martire: nel Medioevo questa fama sarà diffusa e giungerà fino a Dante che afferma nel Paradiso che Boezio “venne dal martiro a questa pace”. Ma una simile affermazione nel VI secolo non era così semplice da formulare. Eppure ci fu qualcuno che ebbe il coraggio di farlo, con lo stile più adeguato: con un'allusione discreta e sobria, com'è stata tutta la vita, la personalità, la cultura, l'identità di Boezio. Poteva farlo solo chi ne aveva condiviso silenzi e segreti.

 

 

1 Quest'articolo riprende ed amplia la seconda parte del nostro studio Forbidden Memory. The Death on Boethius and the Conspiracy on Silence, in “Mediaeval Studies”, 73 (2011), pp. 183-205. Ringrazio sentitamente tutti coloro che mi hanno generosamente aiutato nello svolgimento di questa ricerca: in particolare desidero esprimere la mia gratitudine nei confronti di Gianni Cattagni, Giuseppe Boneschi, Patrizio Cornelio. Un particolare ringraziamento al personale dei Musei Civici Pavesi, in particolare alla Sig.ra Rosa Tallarico, al Dott. Davide Tolomelli e alla Sig.ra Silvana Barani. 

2 Excerpta Valesiana, a cura di R. Moreau- Velkov, Lipsiae 1961, p. 25.

3 Per un riassunto delle posizio ni degli studiosi su questo punto si veda C. Morton, Boethius in Pavia: The tradition and the Scholars , in Atti del Congresso internazionale di studi boeziani. Pavia 5-8 ottobre 1980,a cura di L. Obertello, Roma, Herder, 1981, p. 49-58, in particolare p. 51.

4 Più di uno studioso ha formulato quest'ipotesi: si veda per un riepilogo generale su questo tema (e sui problemi connessi alla testimonianza di Mario di Avenches) C. Morton, Marius of Avenches, the “Excerpta Valesiana”, and the Death of. Boethius, in “Traditio”, 38 (1982), pp. 107–136.

5  H. Tränkle , Philologische Bemerkungen zum Boethius- prozeß , in Romanitas et Christianitas, Festschrit J.H. Waszink, Amsterdam, 1973,pp. 329- 339, in particolare p. 335); L. Obertello, Severino Boezio, I, Genova, Accademia delle Scienze, 1974, p. 113; J. Gruber, Kommentar zur Boethius de Consolatione philosophiae, Berlin, De Gruyter, 1978, p. 12 ; J. R. Martindale, (The Prosopography oft he Late Roman Empire, III , A D. 527-641, Cambridge, Cambridge University Press, 1980, p. 235). Si veda ciò che osserva sull'argomento A. Galonnier nell'introduzione a Boèce, Opuscula Sacra, Louvain-Paris, Peteers, 2007, p. 240 nota 41.

6  Secondo J. R. Martindale, Prosopography, p. 235: si tratta di Eusebio, n. 25.

7  Quest'interpretazione è stata già proposta da G. Robolini, Notizie appartenenti alla storia della sua patria, Pavia, Fusi, 1823, I, p. 137 e ripresa da A. Reale, Ricordanza della vita e delle opere di Severino Boezio, Pavia, Fusi, 1852, p. 31 (seguito dal Bosisio). Più di uno storico moderno ha accettato l'ipotesi, tra i quali F. Pucinotti, Storia della medicina, 2, Medicina del medio evo , Livorno, Massimiliano Wagner, 1859, p. 245, nota 1; F. Gabotto, I barbari nell'Italia occidentale, Pinerolo, Baravalle e Falconieri, 1911, pp. 441-442; vedi anche A. Galonnier, Boèce, Opuscula, p. 91 e 240, nota 41.

8  Una sintetica esposizione delle diverse proposte in A. Galonnier, Boèce, p. 240, nota 43.

9  F. Gianani, Il disegno della “Torre di Boezio" in Pavia nel “Libro di Giuliano da Sangallo" (Cod. Barb. Vat. Lat. 4424), in “Archivio Storico Lombardo”, ser. 6, 52 (1925), pp. 130-148.

10 Già S. Comi, Ricordanza della vita e delle opere di Severino Boezio : riprova delle accuse a lui apposte e ristampa della memoria storico-critica sopra lo stesso Boezio, Pavia , Fusi, 1852, p. 51 sostiene che nel XII secolo a Pavia c'era un fiumicello chiamato Calventia e Giuseppe Robolini opina che potesse esserci un agro chiamato Calvenzano intorno al fiume (Notizie, 3, Pavia, Fusi, 1828, p. 27). Il tema è stato poi ripreso e sviluppato da Bosisio che afferma che tale agro era un agro suburbano che comprendeva la zona di San Pietro in Ciel d'Oro e che non è improbabile che già esistesse Ciel d'oro e ivi fosse sepolto Boezio nel VI secolo, come già aveva sostenuto il Barberini. Molti studiosi hanno accettato questa ricostruzione: si veda L. Obertello, Severino Boezio, I, p. 122-125.

11 P. Hudson, Pavia e l'evoluzione urbanistica di una capitale altomedievale, in Storia di Pavia, a cura di E. Gabba, II, Pavia, Banca del Monte di Lombardia, 1987, pp. 237-315, in particolare p. 24 dove si cita un Diploma di Ottone II dell'anno 982 che afferma che esisteva il “viridarium” del Palazzo: “prope palatinam porta[m]”.

12 Si veda tra gli altri F. Gianani, In agro Calventiano. Il luogo del supplizio di Boezio, in Atti del Congresso intemazionale di Studi Boeziani, pp. 41-48, in particolare p. 43.

13  F. Gianani, In agro, p. 44.

14  I due luoghi sono stati considerati distinti già negli studi più antichi sulla città di Pavia, come ad esempio in S. S. Capsoni, Memorie istoriche della regia citta' di Pavia e suo territorio, Pavia , Monistero S. Salvatore, 1788, I p. 276; 3, p. 83; G. Robolini, Notizie, I, p. 138 (che dice chiaramente che la torre non era vicino a S. Gervaso). Successivamente anche altri autori hanno sostenuto la separazione dei due luoghi. Anche il repertorio prosopografico di Martindale già citato considera i due luoghi separati (J. R. Martindale, Prospography, p. 233-236).

15 Un simile trasferimento potrebbe spiegare perché scompaia dalla scena Albino, di cui s'ignora la sorte, ma che sicuramente non fu ucciso contemporaneamente a Boezio perché altrimenti la sua sorte sarebbe stata sia pur sommariamente evocata, parlando dell'esecuzione del nobile romano che fino a un attimo prima era insieme a lui. Se il senatore che era insieme a Boezio nella “custodia ad baptisterium” non viene ricordato nella prigione dell'agro calvenzano, ciò potrebbe significare che il primo carcere è differente dal secondo e che il destino dei due uomini sarebbe stato, almeno nell'immediato, dissimile. In altri termini Boezio avrebbe condiviso con Albino la prigionia fino al momento della sua condanna: poi sarebbe stato trasferito bruscamente in un luogo segreto, dove fosse possibile eliminarlo al riparo da occhi indiscreti, mentre Albino restava almeno per un periodo dov'era, fino alla sua esecuzione, ammesso che sia stato a sua volta ucciso e non invece lasciato languire in prigione fino al momento in cui, morto Teodorico, poteva essere graziato dal suo successore.

16 V. Lanzani, La Chiesa pavese nell'alto Medioevo: da Ennodio alla caduta del regno longobardo, in Storia di Pavia, II, L'alto Medioevo, a cura di E. Gabba, Milano, Banca del Monte di Lombardia, 1987, pp. 407-86, in particolare p. 419 nota 87.

17 F. Troncarelli, Tradizioni perdute. La Consolatio Philosophiae nell'Alto Medioevo, Padova, Antenore, 1981 (Medioevo e Umanesimo, 42), p. 13.

18 A. Castagnetti, La ' campanea e i beni comuni della città , in L’ambiente vegetale nell’alto medioevo, Spoleto, Centro di Studi sull'Alto Medioevo, 1990, I, pp. 137-174.

19 Le carte del monastero di San Pietro in Ciel d'Oro di Pavia, II (1165-1190), a cura di E. Barbieri-M.A. Casagrande Mazzoli- E. Cau, Pavia-Milano, Fontes, 1984 (Fontes. Fonti storico-giuridiche. Documenti, 1), pp. 215, 216, 291, 292, 322. Vedi anche ASMi, FR p.a., cart. 6078 (cl. VI, S. Sofia) [A]; AOSM, cart. XVIII, IV [A], ambedue pubblicate in Le carte del monastero di S. Pietro in Ciel d’Oro di Pavia. I (870/877-1164), a cura di M. Ansani, E. Barbieri, M. Baretta, E. Cau [edizione limitata alla documentazione compresa fra il 1120 e il 1164], 2003, http://cdlm.unipv.it/edizioni/pv/pavia-spietro1/

20  R.B.C. Huygens, Accessus ad auctores. Bernard d'Utrecht. Conrad d'Hirsau, Dialogus super auctores, Leiden, Brill,1970, p. 109.

21 L'ultima erede di una tradizione che vanta nomi illustri come quello del Muratori è C. Morton, Boethius in Pavia: the Tradition and the Scholars, in Atti del Congresso internazionale di studi boeziani, Pavia, 5-8 ottobre 1980, a cura di L. Obertello, Roma, Herder, 1980, pp. 49-58. All'origine di questa tradizione c'è probabilmente B. A. Barberini, Critico-storica esposizione della vita di s. Severino Boezio , Pavia, Stamperia del Monastero di S. Salvatore Anno di [s.d.], che afferma di aver tratto le sue informazioni da un antico manoscritto basato sui documenti ell'archivio di san Pietro in Ciel d'Oro. Già il Robolini esprimeva seri dubbi sull'esistenza di tale codice affermando:”non si conosce il preteso antico manoscritto e perciò non vi si può prestar fede alcuna”(Notizie, I, p. 209, nota 1).

22 Secondo il racconto della Vita di Sant'Ellero (Vita Heilari) dell'VIII secolo, il santo (morto il 15 maggio 558) avrebbe conosciuto Teodorico. Si veda su questo argomento P. Bolzani, Teodorico e Galeata. Un'antologia critica, Fusignano (Ravenna), Essegi, 1994. La zona intorno alla Certosa di Pavia, di cui fa parte anche Villareggio fu utilizzata come tenuta di caccia dai Visconti nel XV secolo

23 Saverio Lomartire ha sottoposto la lastra ad un'analisi raffinata ed attenta che non si può che condividere(Lastra tombale di Senatore, in I Longobardi. Dalla caduta dell'impero all'alba d'Italia, a cura di G.P. Brogiolo, A. Chiavarria Arnau, Milano, Silvana editoriale, 2007, pp. 70-72). Su u solo punto, tuttavia, bisogna ancora riflettere: l'autore sostiene che l'ipotesi di una provenienza pavese non è da escludere, ma l'ipotesi è difficile da dimostrare. A suffragio di questa possibilità Lo Martire ricorda, d'intesa con Ansani, che il monogramma della lastra è stato maldestramente imitato alla fine del XII secolo nella cartula attribuita a Senatore, un documento notoriamente falso che tuttavia è stato scritto a Pavia. Ciò tuttavia non dimostra che la lastra fosse a Pavia in quest'epoca: dimostra solo che a Pavia alla fine del XII secolo si conosceva il monogramma. Quanto all'attestazione in fonti del XVI secolo della presenza del sepolcro di Senatore a Pavia, nel monastero di Senatore, questo mi pare addirittura un argomento contrario all'identificazione della lastra di Villareggio col sepolcro gelosamente custodito e venerato a Pavia: infatti se davvero il sepolcro di un personaggio così importante come Senatore era a Pavia nel XVI secolo ed era comprensibilmente onorato nel monastero da lui fondato, perché avrebbe dovuto essere trasferito fuori della città nell'oscura Cascina di Villareggio per essere utilizzato solo come materiale di riporto? Il problema si è posto sin dal momento della scoperta della lastra, come mostra un articolo firmato “D.P:” pubblicato in Il Messaggiero di Pavia del 5-6 marzo 1884, che invitava con una certa apprensione il Brambilla a spiegare in modo convincente “ il fatto del...trasporto di Pavia in Villareggio” (p. 1).

24 G. Boneschi, La chiesa di San Giovanni Battista a Villareggio, in www.paviaedintorni.it

25 Secondo Boneschi i parroci di Villareggio, confortati dal parere concorde di Cesare Angelini e di Faustino Gianani, si lagnavano che la lastra fosse stata indebitamente sottratta alla chiesa di Villareggio. Una simile opinione trova riscontro in ciò che afferma Camillo Brambilla , che aveva provveduto a trasportarla a Pavia: nella lettera che citeremo nelle pagine successive, il Brambilla sostiene infatti che la lastra (spostata temporaneamente a Pavia) avrebbe potuto essere riportata indietro, affrontando un rischioso viaggio fuori Pavia, se ciò fosse stato ritenuto opportuno. Ciò significa ammettere implicitamente che i parroci avevano buone ragioni per rivendicare il possesso della lastra tombale e quindi che la lastra fosse originariamente nella chiesa: in caso contrario non si vede perché la lastra avrebbe dovuto essere restituita.

26 F. Fagnani - M. Farao - S. Curti, Borgarello. Borgarello. Venti secoli di storia, Pavia, La goliardica pavese, 1999, p. 20. Le loro argomentazioni sono state riprese nel bel sito Web dedicato a Pavia e curato da Gianni Cattagni : www.paviaedintorni.it

27 E. Russo, Studi sulla scultura paleocristiana e altomedievale. Il sarcofago dell'arcivescovo Grazioso in S. Apollinare in Classe, in ”Studi Medievali”, 3a ser. XV (1974), pp. 114-115.

28 M. Ansani, Sul tema del falso in diplomatica. Considerazioni generali e due dossier documentari a confronto, in Secoli XI e XII: l'invenzione della memoria . Atti del Seminario Internazionale. Montepulciano, 27-29 aprile 2006, a cura di S. Allegria-F. Cenni, Montepulciano, Edizioni Effigi, 2006 (Medieval Writing. Settimane poliziane di studi superiori sulla cultura scritta in età medievale e moderna, 1), pp. 9-50. Ansani è ritornato sull'argomento nel XXI seminario residenziale di studi di San Miniato pronunciandosi più esplicitamente a favore della datazione al VI secolo: cfr. R. Borgognoni, Notizie dei Quaderni, in “Quaderni storici”, pp. 792-793. La stessa data è stata riproposta in M. Ansani, Caritatis negocia e fabbriche di falsi. Strategie, imposture, conflitti a Pavia fra XI e XII secolo, Roma, Istituto storico per il Medioevo, 2011, (Nuovi studi storici, 90), p. 187.

29 S. Lomartire, Lastra tombale di Senatore, pp. 70-72,

30 F. Troncarelli, Vivarium: i libri, il destino, Turnhout, Brepols, 1998, pp. 95-96.

31 A. Peroni, Il monastero altomedievale di S. Matia Toedote a Pavia, in ”Studi Medievali”, 13 (1972), pp- 1-93 in particolare pp. 84-85 e tav. 30.

32 C. Brambilla, A proposito di un'antica lastra marmorea, in “Arte e Storia”, III, 6 (1884), p. 44.

33 M. Caffi, Scoperte in alcune chiese lombarde, Ibid., III, 4 /1884), p. 27.

34 D. Vicini, La civiltà artistica. Architettura, in Storia di Pavia, a cura di E. Gabba, II, L'Alto medioevo, Pavia, Banca del Monte di Lombardia, 1987, p. 323 nota 22.

35 V. Gardttausend, Das alte Monogramm, Leipzig 1924.

36 P. Testini, Archeologia cristiana: nozioni generali dalle origini alla fine del VI secolo, Bari, Edipuglia, 1980, p. 353.

37 Ibid., p. 353.

38 Si veda a questo riguardo A. Petrucci, La concezione cristiana del libro fra VI e VII secolo, in Libri e lettori nel medioevo. Guida storica e critica, a cura di G. Cavallo, Roma-Bari, Laterza, 1977, pp. 3-26.

39 R. Delbrueck, Dittici consolari tardoantichi, a cura di M. Abbatepaolo, Bari, Edipuglia, 2009, tav. 32.

40 Ibid., tav. 33.

41 Roman Imperial Coinage, 10, a cura di J.P.C. Kent, London, Spink and Son, 1994 , n. 2717.

42 È nell'iscrizione del mosaico della cosiddetta Nicchia C del Battistero degli Ortodossi di Ravenna.

43 P. Testini, Archeologia, fig. 149.

44 A. Cappelli, Dizionario di abbreviature latine ed italiane, Milano, Hoepli, 1990, p. 499, col. 2.

45 Roman Imperial Coinage, 3502.

46 F. Troncarelli, Cogitatio Mentis. L'eredità di Boezio nell'Alto Medioevo, Napoli, D'Auria, 2005, p. 265, nota 26.

47 F. Troncarelli, Tradizioni perdute, pp. 23-29.

48 Wolfger on Prüfering, De scriptoribus ecclesiasticis, a cura di F. R. Swieteck, Urbana Champagne, Univ. Press, 1978, ca. XV.

49 F. Troncarelli, Cogitatio mentis, p. 266, nota 27.

50 La formula ricorre spesso in casi del genere. Citiamo qualche caso a puro titolo d'esempio: J. Martindale, Status, authority and regional power: Aquitaine and France, 9th to 12th centuries, New York, Barnes and Noble, 1997, p. 11:” relatio . . . veridicorum hominum“; Liber monasterii de Hyda , a cura di E. Edwards, London, Longmans, 1866, p. 302: “Igitur in quodam monasterio in Normannia posito, ut ... veridicorum testatur relatio, quidam frater infirmitate Normanniae preseventus ad extrema est deductus, atque in agonia diu positus, ad superos miserabiliter est raptus...”; Leges Marchiarum, Or Border-laws: Containing Several Original Articles and Treaties,…, England and Wales, a cura di William Nicolson, Edinburh, Hamilton and Balfour, 1747, p. x: “ quam Eboracensis Ecclesia antiquo iure sibi vendicat, tam ex scriptis autenticis, quas inspexi, quam ex relationis testimonio virorum antiquorum, autenticorum et veridicorum, diligenter veritatem...”; Hermannus Corneri, Chronicon, a cura di Johann Georg von Eckhart , 2 , Lipisae, 1723 (Corp. Hist. Med. Evi, 2.) , p. 1237: “Submersi vero illi utriusque sexus homines visi lune in pluribus locis Rheni litoribus applicuisse ac civitatibus diversis , secundum relationem veridicorum qui se eos vidisse iuraverunt”.

51 Il Peiper ha pubblicato il testo della Vita a partire da un codice del XIII secolo conservato a WrocŁaw [Breslau], Bibliotheca Rehdigeriana, S IV 3 a. 48, c. 32v°, ma è riportata anche in altri testimoni più antichi come ad esempio nel codice dell' Università di Cambridge Dd VI 6, c. 67v, della metà del XII secolo.

52 La Vita è tradotta in tedesco nel prologo del volgarizzamento di Boezio di Notker, riportato nel codic edi S. Gallo 825, a p. 4 in latino; ma il testo già figura nel S. Gallen 844 del IX secolo (p. 1); lo stesso prologo ricorre anche in Vienna 242: cfr. K. Ostberg,, The 'Prologi' on Notker's Boethius reconsidered, in “German Life and Letters”, 16, 3-4 (1963), pp. 256–265.

53 Anicii Manlii Severini Boetii Philosophiae Consolationis libri quinque , a cura di R. Peiper, Lipsiae , Teubner, 1871, p. XXXV : « Boetius autem honorifice tumulatus est papie in cripta ecclesie ».

54 Si veda la descrizione del manoscritto in Codices Boethianiù, III, Italy and the Vatican City, a cura di L. J. Smith, M. Passalacqua, V. Longo, S. Magrini, London, The, Warburg Institute , 1995, p.206.

55 Sull'autore si veda F. Gianani , Opicino de Canistris : ‘l’Anonimo Ticinese’ e la sua descrizione di Pavia (Codex Vaticano Palatino latino 1993), Pavia, 1926 (2a edizione 1976); A. Heimann, R. Krautheimer., Opicinus de Canistris weltbild und bekenntnisse eines avignonesischen klerikers des 14. jahrhunderts, London, The Warburg Institue, 1936; R. G. Salomon, Newly Discovered Manuscript of Opicinus de Canistris: A Preliminary Report, in “Journal of the Warburg and Courtauld Institutes, 16, (1953), pp. 45-57. 

56 Anonymi Ticinensis [Opicino de Canistris], Liber de laudibus civitatis Ticinensis, a cura di R. Maiocchi, F. Quintavalle, Città di Castello, Lapi, 1903 (Rerum Italicarum Scriptores, 11) p. 12: "Ecclesia Sancti Petri in celo aureo, quam amplificavit Licprandus rex Longobardorum atque dotavit [...] cuius regis illic etiam corpus quiescit, translatum de ecclesia Sancti Adriani per abbatem Olricum”

57 R. B. C. Huygens, Accessus, p. 14.

58 M. Ansani, Caritatis negocia, pp. 152-194.

59 La bibliografia sull'argomento è molto ricca: rimandiamo per semplicità il lettore a Hirsau. St. Peter und Paul, a cura di K. Schreiner, Klaus , Stuttgart, 1991(Forschungen und Berichte der Archäologie in Baden-Württemberg, 10).

60 F. Troncarelli, Boezio a Costantinopoli: testi, contesti, edizioni, in “Litterae Caelestes”, III, 2008-2009, pp. 191-225

61 F. Troncarelli, La consolazione del dolore. Nuove ipotesi sul Dittico del Poeta e della Musa , in “Arte Medievale”, IV serie, I (2010-2011), pp. 9-30.

62 Se la nostra interpretazione è giusta essa conferma l'ipotesi formulata da F. Fagnani-M. Farao-S. Curti, Borgarello, p. 20.

63 G. Panazza, Lapidi e sculture Paleocristiane e pre romane di Pavia , in Arte del Primo millennio (Atti del II Convegno per lo studio dell'arte dell'alto medioevo, a cura di E. Arslan, Torino 1953, pp. 211-396, in particolare p. 255. 

64 F. Troncarelli, Boezio a Costantinopoli, pp. 205-225.

65 E. Urech, Dizionario dei simboli cristiani, Roma, Arkeios, 1995, p. 189.

66 “Sed beatitudinem esse id ipsum bonum propter quod omnia geruntur ostendimus; est igitur humanis actibus ipsum bonum ueluti praemium commune propositum.” (Ph. C. , 4, 3, 2-3)

67 D. Shanzer, Interpreting the Consolation, in The Cambridge Companion to Boethius, a cura di J. Magee-J. Marenbon, Cambridge, Cambridge University Press, 2009, p. 242 e n. 132.

68 San Paolo, I, Cor. 9, 24-5:”Nescitis quod hi, qui in stadio currunt, omnes quidem currunt, sed unus accipit bravium? Sic currite, ut comprehendatis. Omnis autem, qui in agone contendit, ab omnibus se abstinet; et illi quidem, ut corruptibilem coronam accipiant, nos autem incorruptam.”