Luca Beltrami, architetto milanese con una intensa attività di teorico dell’arte rinascimentale scrisse nel 1895, per la casa editrice Hoepli, il saggio “La Certosa di Pavia”.

Da tale opera ho tratto i dettagli storici, sicuramente poco conosciuti, che riguardano la nostra Certosa, la presenza nella medesima dei Monaci e il suo fondatore Gian Galeazzo Visconti.

 

 

 

Il 27 agosto del 1396, avviene la solenne cerimonia per la collocazione della prima pietra della chiesa della Certosa di Pavia.

Erano presenti il Duca Gian Galeazzo Visconti, accompagnato dai figli Giovanni Maria e Gabriele e dalle massime autorità civili e religiose del momento.

Erano state  predisposte quattro pietre che dovevano servire per la cerimonia, e che furono benedette da Guglielmo Centauro, vescovo di Pavia.

Il Duca Gian Galeazzo per primo discese nello scavo per collocare una delle pietre, similmente fecero dopo di lui il legittimo suo primogenito Giovanni Maria, e il secondogenito Gabriele. La quarta pietra venne collocata dal consigliere ducale Francesco Barbavara, in nome del terzo figlio del Duca, Filippo Maria, che a quell'epoca aveva solo sei anni.

La posa della prima pietra terminò con la messa celebrata dal vescovo di Pavia, cui assistettero la famiglia ducale, i Frati Certosini, gli altri ordini religiosi convenuti sul luogo, ed il ginnasio pavese.

II Duca ritornò subito alla sua residenza di Pavia, mentre gli altri sedettero ad un lauto pranzo imbandito.

< Posa della prima pietra - Bassorilievo della porta del Tempio

 

I monaci che già erano assegnati alla Certosa, dovettero adattarsi ad abitare al Castello di Torre del Mangano di Certosa,  situato a circa un miglio dalla fabbrica: il registro delle prime spese per la costruzione della Certosa annota costi per l'adattamento, l'ampliamento e la costruzione di cinque celle in quella località.

Il 7 ottobre del 1401, Gian Galeazzo prendeva una importante deliberazione per la fabbrica della Certosa: affidava al priore del monastero, il Certosino Padre Bartolomeo da Ravenna, la direzione, l'amministrazione e la sorveglianza dei lavori, revocando ogni autorità agli architetti, assistenti e salariati addetti al cantiere, i quali tutti dovevano, a partire da quel giorno, riconoscere nel priore l'amministratore generale della fabbrica.

Poco dopo questa disposizione che mirava ad assicurare l'unità di direzione ed il regolare sviluppo della vasta costruzione, il 3 settembre 1403 a Melegnano dove, infierendo la peste in Pavia, si era rifugiato, Gian Galeazzo moriva.

Già nel testamento steso nel 1397 egli aveva disposto perché il suo corpo, eccetto il cuore destinato alla basilica dì S. Michele in Pavia, e le viscere alla chiesa di S. Antonio in Vienna di Francia, fosse sepolto nella Certosa da lui fondata, sotto ad un ricco mausoleo.

Dopo essere rimasto insepolto, nel Castello di Melegnano, per alcuni giorni, durante i quali la notizia della morte del Duca era stata tenuta nascosta, il cadavere di Gian Galeazzo venne trasportato all'Abbazia di Viboldone, nel territorio di Milano.

Le ulteriori vicende della salma del primo duca di Milano, non sono molto chiare; i solenni funerali, celebrati in Milano il 20 di ottobre 1403, erano stati compiuti senza la presenza del cadavere, che si trovava sepolto a Viboldone, e che solo più tardi venne trasportato a Pavia, nella Basilica di S. Pietro in Ciel d'Oro.

In questa basilica il cadavere di Gian Galeazzo rimase sino al 1474, quando Galeazzo Maria Sforza si decise a sollecitare l'esaudimento dell'ultima volontà del suo proavo.

Infatti i lavori della Certosa erano ormai giunti a tal punto da permettere che vi si trasportasse il corpo del fondatore.

Il Priore ed i frati Agostiniani di Pavia, non si mostrarono disponibili all'idea di concederne il trasporto alla Certosa, tanto che Galeazzo Maria, in data 16 febbraio 1474, dovette scrivere a quei frati per rilevare come fosse "irreligiosus et magna infamia notandi" il trascurare le disposizioni dei defunti, e come egli non intendesse tollerare ulteriori indugi a che il corpo del suo proavo fosse con "magnificas et solemnes pompas" trasportato nel tempio da lui fondato.

 

 

Il solenne trasporto si effettuò il 1° marzo del 1474.

 

Dopo che fu celebrata la messa, la cassa che racchiudeva i resti di Gian Galeazzo fu recata processionalmente da sedici persone con cappa bruna, sotto ad un baldacchino portato da dottori della università e dai principali gentiluomini e cittadini di Pavia.

Precedevano la cassa tutti i frati osservanti e mendicanti della città, il clero coi canonici, abati e monaci colle croci, i prelati, i rettori dell’Università con gli studenti, gli ufficiali e presidenti del Comune vestiti di mesticia”.

Si calcolò a più di quattromila le persone che seguirono il feretro sino alla Certosa

quali, prò majori parte, hanno disnato in quello monastero”. 

Così, settantadue anni dopo la morte, veniva esaudita la volontà di Gian Galeazzo, ma solo in parte, perché il monumento nel quale venne definitivamente collocata la salma del Duca fu iniziato solo nel 1493.

 

 

Il trasporto di Gian Galeazzo alla Certosa >

 

 

 

Il completamento del mausoleo di Gian Galeazzo, venne a coincidere con la consacrazione della chiesa, avvenuta il 3 maggio 1497, poco più di un secolo dopo la cerimonia della posa della prima pietra.

 

< Bassorilievo rappresentante la cerimonia di Consacrazione del Tempio della Certosa.

 

Anche la cerimonia della consacrazione diede occasione per un altro banchetto per gli intervenuti: ed i registri della Certosa riportano la spesa sostenuta di L. 1607.14.

 

 

 

 

Il Mausoleo che ospita i resti di Gian Galeazzo Visconti  >

 

 

 

Il sontuoso mausoleo di Gian Galeazzo, offrì la opportunità di riunire, assieme al corpo del fondatore, quello della prima sua moglie Isabella di Valois, figlia di Giovanni II, Re di Francia, detto il Bono, che Galeazzo II aveva voluto andasse sposa al primogenito suo Gian Galeazzo, allorquando entrambi avevano ancora la tenera età di undici anni, al solo scopo di assicurarsi quel cospicuo parentado.

Isabella di Valois era morta di parto a soli 23 anni in Pavia, il 3 di settembre del 1473, e sepolta nella chiesa di S. Francesco nella stessa città.

 

La morte di Gian Galeazzo portò ad una serie di rivendicazioni da parte dei proprietari terrieri i cui possedimenti erano stati assegnati, come dote, dal Duca ai Certosini.

I lavori relativi alla Chiesa si fermarono; i Certosini, che già alla morte di Gian Galeazzo temevano di non poter portare a compimento il Monastero, si preoccuparono di far proseguire soprattutto i lavori di quest’ultimo.

Nel 1450 i lavori riprendono grazie al rinnovato interesse da parte di Francesco Sforza, eletto da pochi mesi Duca, e soprattutto vengono terminate le strutture residenziali del Monastero.

Dal secolo XVI al XVIII la Certosa di Pavia viene completata, sia nelle strutture, sia nei dettagli, con forti ispirazioni ad un concetto di lusso e di ricchezza, giudicato da taluni troppo prevalente sul sentimento di religiosità.

Nella Certosa si andava sempre più riducendo quella nota di semplicità monastica che non aveva impedito nel secolo XV la creazione di tante opere d’arte.

 

Nel 1782, un decreto dell'Imperatore Giuseppe II allontanava i Certosini, e così il monastero pavese rimaneva abbandonato pochi anni prima che i perturbamenti politici, sul finire del Settecento, rinnovassero intorno alla Certosa lo spettacolo di eserciti stranieri, che si disputavano il possesso della Lombardia.

La custodia del vasto fabbricato era stata, nel 1784, affidata ad alcuni padri Cistercensi, ed in seguito alla temporanea soppressione di questi nel 1798 ai padri Carmelitani.

 

Purtroppo, il passaggio delle truppe francesi dirette a Pavia, sotto gli ordini del generale Bonaparte, per punire col saccheggio la rivolta di questa città, non dovette certamente essere senza pericoli per la integrità del monumento.

La lusinga di un lucro immediato portò alla profanazione della tomba di Gian Galeazzo, la cui ricchezza esteriore lasciava sperare in un lauto bottino.

Così, nel 1799, il generale Berthier faceva aprire il sarcofago del fondatore della Certosa, e fra i vari oggetti di cui vennero spogliate le salme di Gian Galeazzo ed Isabella di Valois, si ricordano due scettri, con stemmi ducali in smalto, i quali, secondo le memorie del tempo, sarebbero passati in proprietà della famiglia Visconti Ajmi.

Con l’ultima soppressione, decretata nel 1810 da Napoleone, la custodia della Certosa era rimasta unicamente affidata ad un sacerdote, già Carmelitano scalzo, dipendente dal subeconomato dei benefici vacanti di Pavia.

In omaggio a quella ripresa del sentimento religioso, che segue i perìodi storici troppo agitati, l'Imperatore Ferdinando I, il 17 giugno 1843 decreta che i monaci Certosini ritornino alla loro Certosa.

Così, sessantun anni dopo aver abbandonato la loro prediletta sede, vi ritornano con la presa di possesso che avviene il 21 dicembre dello stesso anno con solenne cerimonia cui intervengono le autorità civili ed ecclesiastiche.

 

Un’altra umiliante tappa attendevano i resti di Gian Galeazzo: nel 1889 si procedette alla ispezione del suo sarcofago: ispezione che non aveva alcun motivo plausibile, non essendo da dubitare che la salma del fondatore del monastero, e della prima sua moglie, si trovassero nell'urna sepolcrale, come chiaramente viene attestato dall' iscrizione incisa sull' urna stessa.

Questa ispezione, che dalla stampa venne giustamente definita come una profanazione, portò al solo risultato di togliere dall'urna anche gli ultimi insignificanti oggetti che vi erano rimasti, e di disperdere persino qualche parte del resti di Gian Galeazzo Visconti che, dopo le tante vicende attraversate, meritavano di avere in quella definitiva sepoltura la pace che il fondatore della Certosa aveva tanto auspicata.

 

< Lo  stato attuale del Mausoleo tombale di Gian Galeazzo Visconti.

 

Qui termina quanto riportato da Luca Beltrami, e per un aggiornamento successivo ricordo che nel 1947, anche per motivi politici, i Certosini abbandonano la Certosa, dal 1961 si insediarono nello splendido monumento della Certosa di Pavia, i Carmelitani.

Più tardi sono stati sostituiti dai Frati Cistercensi che, sino ai giorni nostri, ne diventano i custodi, consentendo così al capolavoro del Rinascimento lombardo di continuare a vivere nello splendore voluto da Gian Galeazzo Visconti.

___________________________________________________________

...saranno veramente di Gian Galeazzo i resti nel sarcofago della certosa?

___________________________________________________________

Le incisioni sopra riprodotte sono di Vittorio Turati - Fine 1800