Nella vecchia Pavia, durante la dominazione Spagnola, 1535-1700, il luogo deputato all’amministrazione della giustizia era sito in Piazza Grande davanti al Palazzo del Pretorio, poi battezzato Broletto.

Quello pavese è il più antico broletto di Lombardia, e sorge sull'area occupata un tempo dalla sede dei vescovi di Pavia, eretta nel sec. VIII dal vescovo S. Damiano.



 

L'attuale pianta quadrilatera, con un grande cortile al centro, ricalca appunto l'impianto della « domus episcopia », di cui scorgiamo una traccia verso la piazza in quella finestrella a bifora che risale forse al sec. XI.

 

 

 

Una stampa del 1688 ca., della quale manca il nome dell’autore raffigura il Broletto con una curiosa copertura sulla loggetta principale.   ( immagine a lato)

 

Le inferriate sul lato destro indicano le prigioni, il cui ingresso era sito in via Paratici.

 

Sul piazzale antistante il palazzo del Broletto venivano eseguite le condanne a morte sia per decapitazione sia per impiccagione, a seconda dei reati.

 

L’ultimo conforto ai condannati veniva portato dai Confrati di San Rocco che avevano sede, chiesa e cimitero sotterraneo nell’area dell’ex cinema Roma in Via XX settembre (oggi Libreria La Civetta).

La confraternita di San Rocco e della Misericordia fu istituita nel 1404.

La confraternita assisteva i condannati a morte e, con privilegio concesso da Filippo II re di Spagna nel 1623, poteva liberare ogni anno due condannati, uno alla pena capitale e uno alla galera.

La confraternita fu soppressa nel 1808.

 

  Simbologia della Confraternita della Misericordia e di San Rocco di Pavia 

 

A questi frati spettava il compito di ritirare la salma, elemosinare qualche soldo per le esequie, e interrarla nei sotterranei della chiesa.

 

 

 

Dopo lo smantellamento del cinema Roma è riapparsa la pala dell’altare della vecchia chiesa di San Rocco, raffigurante al centro, in elevazione, una Madonna in gloria.

 

In basso, con alle spalle la veduta di Pavia, a sinistra, un Confratello dei Disciplini in reverenza, e a destra San Rocco patrono dei prigionieri, in abiti del pellegrino, che mostra la piaga della peste sulla gamba.

Al suo fianco il cane che gli recava la pagnotta quotidiana.


 

 

 

 

      Entriamo ora, con rispetto e pietà, in questa lontana pagina pavese…     

 


In corso Cavour a fianco dei portici Castelli (la Varesina) sino al 1960 esisteva un vecchio cortile, con doppia uscita in via Beccaria a due passi dal Broletto.

All'interno di una delle porte raffigurate erano conservati, sino agli inizi dell’800, gli strumenti di giustizia:

 

 

il palco per la forca, il ceppo, le scuri, le funi, la carretta per il trasporto delle salme.

 

 

  La scure e il ceppo per le decapitazioni                                                                                                Il cortile di Corso Cavour 

 

Tutto il materiale era scrupolosamente inventariato dal Comune e l'incarico per la manutenzione era affidata al boia.

Dei boia di Pavia di quei tempi, si conoscono nomi e indirizzo: sino al 1586 alloggiavano nel "palazzo", cioè nella sede del Comune, in Broletto, forse in uno dei più miseri e reconditi solai del grande palazzo.

 

 

Successivamente venne loro assegnata una sistemazione nel baluardo della Darsena, delle appena terminate mura Spagnole e più tardi, e in via definitiva, una casetta di Porta Calcinara, nascosta da un recinto e di proprietà del comune.

 

  Lo sperone del bastione della Darsena in zona palazzo delle Esposizioni 

 

Andrea de Donegani nel 1586, Aloisio da Prato detto "Rossin" nel 1578, Giovan Battista Molino detto "il Piacentino" nel 1590 e che secondo i resoconti del tempo "...ammazza con perfezione e non si lamenta col Podestà per la scarsa paga..." e così via sino a metà '700 quando il boia scompare dai libri paga del comune in quanto la pena di morte viene  eseguita con la fucilazione.

 

 

I Confratelli di San Rocco, nelle occasioni delle esecuzioni capitali, secondo la regola dell'ordine, non mostravano la loro identità.

 

 

Poco prima dell’esecuzione appariva dal fondo della piazza il gruppetto dei Confratelli di San Rocco con saio e cappuccio nero recanti il Crocifisso ligneo da porgere al condannato per essere baciato.

 

 

Tale Crocifisso è oggi conservato nella chiesa del Carmine, dietro la porta di destra.

 

Per allungare di qualche istante la vita, alcuni condannati chiedevano di essere confessati, anche tre volte; altri chiedevano al popolo di recitare preghiere alle quali si univano ad alta voce.

Alla Confraternita spettavano di diritto gli abiti del defunto e i suoi beni di qualsiasi valore fossero, in alcuni casi ciò si traduceva in un grave danno per moglie e i figli che rimanevano così spogliati di tutto e senza alcun sostentamento.

L'esecuzione della condanna e i condannati a morte non furono mai ritratti, un loro ritratto non avrebbe creato interesse per alcuno, tuttavia ci fu una eccezione:

 

 

Michele Calvo che, spacciandosi per sacerdote, col nome di Padre Accursio, confessò i fedeli, assolse, celebrò messe, rubò calici, ostensori, argenteria varia, finchè venne arrestato e rinchiuso nelle prigioni del Broletto.

 

Il processo fu lungo, due anni:

 la ragione era che il Michele si difese con rara eloquenza.

 Fu infine impiccato il 23 luglio 1763 ma, eccezionalmente non in pubblico ma nella torre del vescovo, di cui si conservano ancora  tracce in Via Menocchio.

 

  Michele Calvo alias Padre Accursio 




La Confraternita in occasione dell’esecuzione delle pene di morte si attivava seguendo specifiche istruzioni dettate dalle regole dell'Ordine.

Il giorno fissato un Confratello questuante raccoglieva le elemosine dei presenti, cantilenando:

“…limosine per li suffragi per l’anima dell’infelice che verrà appeso a corda su questa piazza…"

E per rispetto del morituro sono riportate alcune note:

"…non iscuotere la bussola per sollecitare le limosine, affinchè il condannato (rinchiuso nelle prigioni del Broletto) non ne avesse maggior accoramento…”

Ai frati incaricati della raccolta delle elemosine si raccomandava di:

“Per carità si prega questuare con modestia e di riportare subito la cassetta ed il Bollettino nella nostra Arciconfraternita e di non fermarsi il tempo della Giustizia nella Piazza del Patibolo”.

 

Praticamente veniva chiesto al Confratello di raccogliere le elemosine prima della esecuzione della pena, riportando i soldi e il Bollettino.

 

Questo era un documento firmato dall'autorità giudiziaria in cui compariva la data dell'esecuzione, il nome o i nomi dei condannati, l'età, la professione e il motivo della condanna. La regola prevedeva che l'elemosinante aveva il diritto di conoscere i particolari relativi all'esecuzione in corso e quindi la possibilità di richiedere al questuante la visione del Bollettino.