LE "CASE CHIUSE" DELLA VECCHIA CITTÀ             di GianCarlo Mainardi e cagi46

.....un ulteriore definizione " Casini o Bordelli della vecchia città "

 

A Pavia nel lontano passato, essendo la città un importante crocevia per il movimento delle merci sia per terra che per acqua con  la presenza di mercanti, commercianti, carrettieri, marinai, battellieri e quanti altri che passavano lunghi periodi lontano dalle proprie case, si era sviluppata una florida attività di vendita di prestazioni sessuali femminili.

 

Già dai tempi Romani, soprattutto nelle aree in prossimità delle porte rivolte al Ticino, locali chiamati “lupanari” ospitavano fanciulle votate, soprattutto per necessità economica , all’attività della prostituzione.

 

Il "giacilio" era di sasso per un rapido lavaggio con getti d’acqua. (vedi foto ►)

 

L'insegna all'esterno del Lupanario era di facile interpretazione. (◄vedi foto)

 

 

Col passare dei secoli il fenomeno si è ridotto, ma non sparito; a Pavia nel Settecento e nella prima metà dell’Ottocento erano ancora numerose le "case" ove gli uomini potevano intrattenersi a pagamento con il gentil sesso. Questo anche per la copiosa presenza di truppe militari.

 

Quando nel 1857/1858 l'imperatore francese Napoleone III decise di appoggiare i Savoia, piemontesi contro gli austriaci, si preoccupò che la sua truppa, venendo in Italia, avesse a disposizione luoghi idonei alla prostituzione ed ecco che Camillo Benso conte di Cavour nel 1859 emise un decreto che autorizzò l'apertura di "case" in Lombardia, direttamente controllate dallo stato.

Ancor prima dell'unificazione d'Italia, Camillo Benso trasformò il decreto in legge. Il 15 febbraio 1860 emanò il "Regolamento del servizio di sorveglianza sulla prostituzione", che segnò la nascita delle "case di tolleranza" così come sono state fino alla loro chiusura. Case di tolleranza, perché tollerate dallo Stato!

Anche Pavia si adeguò e si aprirono “case di tolleranza” in alcuni punti della città, principalmente nelle vicinanze del Ticino.

 

Una delle più frequentate era in piazza S. Teodoro, con il portone di accesso in fronte all’ingresso della Chiesa.

Il Parroco, infastidito dalla cosa e soprattutto dal messaggio lascivo che il via-vai di clienti lanciava ai suoi parrocchiani, chiese con fermezza al proprietario della “casa di tolleranza” di aprire un altro accesso non prospiciente la Chiesa.

Il proprietario, forte della legge del 1860 si oppose al Reverendo Parroco. Ne scaturì un acceso confronto che portò ad uno scontro verbale e ad una pubblica “simbolica scomunica” al tenutario del luogo incriminato.

Questi, per ripicca, fece applicare ai lati del portone di ingresso alla sua proprietà due statue in cotto rappresentanti rispettivamente un uomo e una donna in posizioni chiaramente invitanti al sesso.

Il portone è ancor oggi ben visibile.

 

Passano gli anni e si arriva  al Novecento: Pavia possedeva ancora qualche "casa di tolleranza".

 

Una delle "case" era situata in fondo a Vicolo Longobardi, ultima a sinistra, aveva il nome di Villa 900, ed esiste ancora oggi trasformata in semi villetta di abitazione; un’altra era sita in Piazza Berengario d’angolo con Via Giovanni da Ferrera, ma quando scattò la legge di abolizione, la "casa" venne abbattuta ed al suo posto sorge un moderno condominio.

 

Una terza in Via Pietro Maffi. visse sino agli inizi del 900 ma era di così basso livello che venne chiusa senza alcun rimpianto, lo stesso valse per un’altra ubicata a Porta Nuova.

Ma chi erano i padroni o meglio i tenutari di queste "case" ? Erano semplicemente dei piccoli commercianti pavesi che avevano la gestione di queste pensioni dove si vendeva il sesso a pagamento.

Erano muniti di una regolare licenza statale conseguita per concorso come per una qualsiasi rivendita di Sali e Tabacchi, e in pratica esercitavano per conto dello stato che ne deteneva una specie di monopolio, percependone fra l'altro un vantaggio fiscale.

 

 

Il pagamento delle prestazione era tassativamente anticipato e obbligatoriamente effettuato presso la direttrice della "casa" e non era assolutamente permesso qualsiasi  compenso diretto alle "ragazze".

 

 

 

 In generale, a seconda del grado di eleganza, erano classificate di prima,seconda e terza categoria. Queste ultime destinate ai militari di truppa si compendiavano in letti zoppi, porte cigolanti, specchi sbrecciati, ospiti attempate… Le "case" di Pavia di P.za  Berengario e Vicolo Longobardi erano di seconda categoria. 

Le ragazze ospiti, schedate dalle Questure al Registro di Meretricio, erano chiamate pensionanti e infatti pranzavano, cenavano, dormivano all’interno della "casa" come in una normale pensione. Per lo più si trattava di ragazze povere o dalla vita angustiata o travagliata che, facendo buon viso a cattivo gioco, si assoggettavano a vendere il proprio corpo a chiunque lo chiedesse.

 

 

 

 

Pomeriggio e sera si radunavano in sala comune vestite in modo provocante e cercavano stuzzicando i clienti indecisi, di accompagnarsi con quanti più uomini potevano, per far salire il loro cachet di prestazioni.

 

Dovevano solo esercitare il loro mestiere sorridendo spesso e adescando in modo sobrio senza volgarità.

 

 

 

Le "case" dovevano essere rigorosamente distanziate da asili, scuole e chiese, le persiane tenute chiuse e lucchettate ed era proibito entrare con ombrelli o bastoni e severamente proibito fotografare.

 

Gli interni delle "case" erano pressoché tutte uguali, panche spartane addossate al muro, qualche sgabello imbottito e ai muri oleografie con la Traviata, il Rigoletto, qualche quadro a olio regalato da un cliente...ma soprattutto il tariffario delle prestazioni.

 

In un angolo la scala che portava i piani superiori e di fronte la cassiera, o meglio la Maitresse, come veniva chiamata, che teneva il conto preciso della serata.

La pensionante provava sempre a tentare il cliente..."Facciamo la mezz’ora?".."No…." "Allora facciamo la doppia ?".. "No…. faccio la marchetta". (sei minuti di intrattenimento).

 

Il cliente pagava e la ragazza riceveva la marchetta, un gettone di alluminio o di ottone con impresso il nome della "casa".

 

 

 

 

I gettoni, alias marchette, a fine giornata

venivano tramutati in denaro.

 

Pur ricevendo la paga e disponendo quindi di una loro liquidità, alle ragazze era proibito acquistare fuori dalla "casa" qualsiasi genere di merce.

 

 

 

La tenutaria forniva a pagamento profumi, biancheria intima, oggetti da toletta, cipria rossetti, saponi, e su queste vendita aveva la sua bella percentuale di ricarico.
 

 

 

 

Le ragazze, quasi tutte sui trent’anni provenivano dalle regioni più svariate e in alcuni casi la famiglia, a casa, non sapeva di questa attività della figlia, la pensavano cameriera in qualche casa signorile del nord.

E arrivò anche il giorno della fine.

La senatrice socialista Lina Merlin si battè indefessamente per dieci anni, dal 1948 al 1958 per far varare la legge per l’abolizione definitiva delle "case chiuse", che infatti cessarono il giorno 20 settembre 1958. (Votazione Camera dei Deputati: Voti favorevoli 375, contrari 115).

 

È cessato in tal modo la prostituzione tollerata dallo stato ed è iniziata l’epoca di quella passeggiata sui marciapiedi.

CURIOSITÀ DI PAVIA E DINTORNI - "CASE CHIUSE" DELLA VECCHIA CITTÀ

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